Intervista di Valentina Piscitelli a Filippo Sorcinelli
In occasione dell’opening di container_zerozero
1) Lei non si definisce tecnicamente un “naso”, si definirebbe piuttosto un artista della profumeria? Oppure?
Mi definirei un artista che ha scelto anche il profumo per pensare, per incidere l’invisibile, per dare forma a ciò che la parola raggiunge con fatica. La definizione di “naso” appartiene a una competenza tecnica altissima, che rispetto profondamente. Io vengo da un altro luogo. Vengo da un mondo fatto di musica, e liturgia, da materia e immagine, dalla ferita biografica trasformata in linguaggio. Il profumo, nel mio percorso, è arrivato quale conseguenza naturale di una ricerca già iniziata altrove.
Per me l’odore è una forma del pensiero. Agisce prima della spiegazione, attraversa il corpo, risveglia la memoria, disorienta la ragione. La profumeria, quando supera la seduzione immediata, diventa una sorta di disciplina delle emozioni, interrogando il rapporto tra apparizione e sparizione. Esiste pienamente nel momento in cui inizia a dissolversi. Questa sua condizione fragile, quasi metafisica, mi ha sempre attratto.
Preferisco parlare di arte olfattiva, oppure di scrittura attraverso l’aria. Una fragranza può diventare una confessione, una stanza interiore, una reliquia emotiva, una teologia della materia volatile. La mia posizione nasce da qui. Creo profumi perché sento il bisogno di dare corpo all’invisibile. Creo profumi perché alcune verità arrivano alla pelle prima ancora di raggiungere la mente.
Sono un artista che usa il profumo quale linguaggio pieno, radicale, necessario, dialogando con i doni ricevuti.
2) Da organista di Mondolfo a creatore di vesti sacre per papi e cardinali, fino all’originale veste creativa di designer dei sensi, quale partitura segue il suo percorso? Esiste un “metodo Sorcinelli”?
La mia partitura nasce a Mondolfo, dentro una geografia piccola e potentissima. I luoghi dell’infanzia hanno spesso una forza più decisiva delle grandi capitali, perché fissano nell’anima l’origine. Tutto ha formato una sensibilità prima ancora che una professione, con la naturalezza e il silenzio tipica dei piccoli paesi di provincia.
L’organo mi ha consegnato il senso della struttura. Suonare significa abitare il tempo con disciplina, comprendendo che una forza immensa può nascere da una regola. L’organo è di fatto architettura sonora, con l’aria che prende corpo, è materia che diventa elevazione. Da lì ho imparato la verticalità ed insieme che l’arte richiede rigore, ascolto e responsabilità.
La sartoria liturgica ha dato alla mia ricerca una dimensione ecclesiale e simbolica. Il paramento sacro insegna il servizio. Riveste una persona, ma manifesta un ministero. Chiede misura, competenza, conoscenza del rito. E la creatività trova proprio lì la sua maturità quando accetta un ordine superiore.
Il profumo ha aperto un’altra via, ancora più segreta. Ha trasformato la mia esperienza del sacro in una materia intima, aderente al corpo. In questo passaggio riconosco il mio metodo: partire da una memoria reale, attraversarla con cultura, darle una forma sensibile, lasciarle una ferita aperta. Il “metodo Sorcinelli”, se esiste, consiste in questa fedeltà alla trasformazione. Nulla nasce dalla decorazione. Tutto nasce da una necessità che chiede corpo.
3) Ci può motivare la scelta di non vendere i profumi online? L’esperienza della visita al negozio ha a che vedere con una sorta di “pellegrinaggio laico”?
I miei profumi si vendono on line. Mai scelto di non farlo. Ma il profumo ha bisogno di incontro. La vendita online rende tutto accessibile, rapido, funzionale. La mia ricerca, invece, chiede tempo. Una fragranza va attraversata, ascoltata, lasciata vivere sulla pelle. Ha bisogno di uno spazio, di una persona che accompagni, di un racconto pronunciato con cura. Il profumo perde parte della sua forza quando viene ridotto a immagine, scheda tecnica, carrello.
container_zerozero nasce proprio per restituire al profumo la sua dimensione esperienziale. Entrare in store significa entrare in un luogo pensato per accogliere una trasformazione dello sguardo. La visita diventa quasi un rito contemporaneo, laico nella forma e profondamente spirituale nella sostanza. Chi arriva lì compie un piccolo viaggio. Lascia per un momento la velocità della strada e accetta di entrare in una zona diversa, dove l’odore chiede attenzione e disponibilità.
Mi interessa molto l’idea del pellegrinaggio laico. Il pellegrino parte perché cerca qualcosa che ancora ignora. Anche chi entra in un mio spazio spesso crede di cercare un profumo, ma in realtà cerca una risonanza. Cerca una parte di sé, una memoria rimossa, un’immagine interiore con la possibilità di riconoscimento. Il negozio diventa allora un luogo di passaggio in cui la merce viene superata dall’esperienza diventando oggetto d’arte impregnato di relazione e di identità.
Questa scelta ha anche una valenza etica restituendo valore al tempo, al racconto e alla relazione. Il profumo artistico merita un incontro reale. Ha bisogno di un corpo davanti a un altro corpo, di una pelle che prova, di una voce che spiega in uno spazio che orienta. In questa fedeltà al contatto umano riconosco una forma di resistenza culturale.
4) Bianco, nero e acciaio sono i colori del punk e del dark; la sua firma in neon somiglia alla copertina del vinile “Unknown Pleasures” dei Joy Division. Si è ispirato a quel particolare periodo storico nell’immaginare l’estetica ovvero la narrazione del negozio?
L’immaginario punk e dark mi appartiene per affinità profonda, più che per citazione diretta. In quei linguaggi riconosco una forma di verità aspra. Il nero, l’acciaio, la luce fredda, il segno elettrico, il corpo urbano ferito: tutto parla di una bellezza che rifiuta la consolazione facile. Anche l’universo dei Joy Division, con quella grafica divenuta icona assoluta, ha fissato nell’immaginario contemporaneo una specie di liturgia del vuoto, del battito, dell’onda invisibile.
container_zerozero nasce dentro questa tensione. È uno spazio che respinge l’idea del negozio quale salotto profumato e rassicurante. Volevo un luogo più radicale, più mentale, quasi chirurgico. Il bianco e il nero, per me, insieme al rosso, hanno una funzione morale prima ancora che estetica. Separano, incidono, portano la forma a una chiarezza estrema. L’acciaio introduce una dimensione fredda, tecnica, quasi industriale. Il neon firma lo spazio con una luce che sembra appartenere alla notte.
C’è certamente una memoria del post-punk, del dark, della cultura underground, ma filtrata attraverso la mia biografia. In me questi riferimenti incontrano la liturgia, l’arte sacra, la musica d’organo, la sartoria ecclesiastica. Il risultato è una specie di cappella contemporanea attraversata da elettricità urbana. Uno spazio dove il profumo viene sottratto all’idea di lusso decorativo e riportato dentro un campo più duro, più spirituale e più perturbante.
Mi interessa una bellezza con tensione. Una bellezza che abbia nervo, ombra, ferita. Il negozio racconta questo: l’incontro tra il sacro e l’inquietudine contemporanea, tra l’ordine e la vibrazione elettrica e la trascuratezza, tra la memoria del rito e la città che pulsa.
5) La sua prima fragranza, e anche la più venduta, si chiama “LAUS”, lode. Da cosa ha tratto la prima ispirazione?
LAUS nasce dal mio lavoro con i paramenti sacri. Prima di essere una fragranza, è stata un’esperienza reale, quasi quotidiana. Quando consegnavo una veste liturgica, desideravo che l’apertura della scatola diventasse un momento memorabile. Volevo che il sacerdote, sollevando il coperchio, incontrasse un’aria diversa. Un’aria carica di incenso, di sacrestia, di rito, di memoria ecclesiale.
La parola latina “laus” significa lode. È una parola breve e immensa. Porta dentro di sé il senso della preghiera che sale, della voce che riconosce una grandezza, della materia che si offre. Ho scelto quel nome perché il profumo nasceva esattamente lì: nel desiderio di trasformare un oggetto liturgico in esperienza totale. La veste sacra possedeva già una dignità visiva e tattile; il profumo aggiungeva una dimensione ulteriore, più segreta e persistente.
LAUS è diventato poi il primo capitolo di UNUM. Ha segnato il passaggio dalla sartoria liturgica alla profumeria artistica, senza rompere il filo originario. In quella fragranza vive l’odore delle chiese, ma anche la memoria delle mani che lavorano, delle stoffe ripiegate, del legno delle sacrestie, della cera e dell’incenso. È un profumo nato per accompagnare la ritualità della nostra vita, vocata all’Oltre, poi diventato esso stesso rito personale.
Credo che il suo successo derivi dalla sua verità. LAUS parla a chi ha conosciuto il sacro e anche a chi lo desidera da lontano. Evoca una memoria collettiva, ma la consegna al corpo individuale. In questo incontro tra liturgia e pelle sta la sua forza.
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6) Sessanta fragranze è il numero della sua produzione: in quante e quali famiglie si potrebbero riassumere le sue collezioni?
Le mie fragranze potrebbero essere lette attraverso grandi territori poetici, più che attraverso famiglie tradizionali. La classificazione olfattiva, naturalmente, resta importante per orientare il pubblico e per comprendere la struttura tecnica di una composizione. Tuttavia il mio lavoro nasce prima da una matrice concettuale. Ogni profumo appartiene a una costellazione di senso.
Il primo grande territorio è quello del sacro. Qui si collocano le fragranze nate dal rapporto con la liturgia, con la chiesa, con l’incenso, con la memoria del rito. In questo ambito il profumo diventa preghiera materiale, eco di uno spazio spirituale, traccia di una bellezza che cerca l’alto.
Un secondo territorio riguarda la memoria personale. Molte fragranze nascono da luoghi della mia infanzia, da episodi apparentemente minimi, da stanze, oggetti, paesaggi interiori. Qui il profumo diventa autobiografia trasformata in materia. Racconta il modo in cui un ricordo privato può assumere una forma universale.
Un terzo territorio è quello del perturbante. Mi interessa la paura, il desiderio, l’ombra, la parte indicibile dell’uomo. In queste fragranze il profumo abbandona l’idea di gradevolezza immediata e diventa strumento di conoscenza. Porta il naso e la mente verso zone meno addomesticate.
Un altro territorio riguarda la musica. La mia formazione organistica ha generato profumi pensati attraverso strutture sonore, registri interiori, atmosfere legate allo spazio sacro e alla vibrazione. In questo caso la composizione olfattiva diventa partitura invisibile.
Infine esiste una zona più atmosferica, legata agli ambienti e ai luoghi. Qui il profumo si allarga allo spazio. Diventa modo di abitare, di costruire una memoria domestica, di trasformare una stanza in esperienza. Queste aree si attraversano tra loro. La mia produzione vive proprio in questa porosità: un profumo sacro può essere anche autobiografico, una fragranza perturbante può contenere una domanda spirituale, una memoria privata può diventare architettura olfattiva.
7) In una sorta di gioco di specchi lei ha creato insieme al primo abito per un sacerdote una scatola che poi ha profumato con “LAUS”; oltre al piacere di aprire un abito nuovo profumato di incenso, aveva immaginato che l’esperienza tattile e olfattiva di chi riceve la scatola potesse essere uno straordinario veicolo pubblicitario?
All’inizio pensavo a un’esperienza di senso, più che a una strategia pubblicitaria. La scatola profumata nasceva da una necessità poetica e liturgica. Volevo che la consegna di una veste sacra avesse una forza ulteriore. L’apertura della scatola doveva diventare un momento quasi rituale. Il profumo trasformava quel passaggio in memoria.
Naturalmente, col tempo, ho compreso che quella scelta possedeva anche una grande potenza comunicativa. L’odore è uno dei veicoli più forti della memoria. Una persona può dimenticare un’immagine, un discorso, perfino un nome. Ricorderà invece un odore incontrato in un momento decisivo. In questo senso LAUS ha costruito un legame profondo tra LAVS e UNUM. Ha portato la sartoria liturgica dentro una dimensione olfattiva e ha mostrato che la mia ricerca poteva allargarsi senza tradire la propria origine.
La pubblicità, nella sua forma più alta, dovrebbe essere rivelazione di identità. Quella scatola profumata raccontava chi ero meglio di molte parole. Diceva che per me l’abito sacro è esperienza totale, che il rito coinvolge il corpo intero e che la materia ha una forza spirituale. Il profumo diventava un sigillo invisibile.
Da quell’intuizione è nato un mondo. LAUS ha mostrato che una fragranza poteva nascere dalla liturgia e parlare anche fuori dalla liturgia. Ha rivelato una via. Io ho semplicemente seguito quella traccia.
8) Accanto al negozio di profumi container_zerozero si trova il suo atelier di couture ecclesiastica “LAVS”, “lode” in latino; nel curiosare tra vesti sacre e mitre si nota una prevalenza di lurex nella scelta dei tessuti. Una moda del momento o esiste una continuità sul tema della luminescenza rispetto alla storia?
La luce è una delle grandi questioni dell’arte sacra. La storia della liturgia cristiana ha sempre cercato di rendere visibile una realtà spirituale attraverso la materia. L’oro dei mosaici bizantini, il fondo luminoso delle icone, i riflessi dei reliquiari, le sete cangianti, i fili metallici dei ricami: tutto appartiene a una teologia della luce. La materia viene lavorata perché possa ricevere e restituire splendore. “Lux in tenebris lucet”. La luce splende nelle tenebre.
Il lurex, in questo senso, mi interessa quando riesce a entrare in una continuità simbolica. La sua natura contemporanea porta una luce diversa, più elettrica, talvolta più dura. Usato con misura, può dialogare con la tradizione senza imitarla. Può creare un rapporto tra la memoria dell’oro liturgico e la sensibilità visiva del nostro tempo.
Il tema vero è la luminescenza. La veste sacra vive nello spazio della celebrazione, riceve la luce dell’architettura, accompagna il movimento del corpo, donandosi allo sguardo della comunità. Un tessuto luminoso può sostenere la percezione del rito, purché conservi dignità. La luce deve servire il mistero, mai trasformarlo in spettacolo.
La tradizione cristiana ha sempre saputo che la luce è linguaggio teologico. Il problema sta nell’uso. La stessa materia può diventare rivelazione oppure semplice effetto. Tutto dipende dalla misura, dal luogo, dalla funzione e dalla qualità dello sguardo che la guida.
9) I suoi profumi sono anch’essi “vestiti”, sembrano sculture, tutte diverse e originalissime. Qual è il suo involucro preferito?
Il mio involucro preferito è quello che riesce a trasformare il profumo in corpo. Una fragranza è invisibile, ma ha bisogno di una presenza materiale che la introduca e la racconti al mondo. Il flacone, il tappo, l’etichetta, la scatola creano una prima relazione con chi la incontra. Sono il confine fisico dell’esperienza olfattiva. Devono preparare, inquietare, attirare, dichiarare un’identità.
Gli involucri sono come crisalidi che sembrano portare una biografia, e il packaging deve superare la funzione per diventare linguaggio. Un flacone può avere la forza di una piccola architettura, somigliando quasi ad un potente reliquiario o un oggetto trovato, un frammento rituale. La materia che lo riveste parla già prima del profumo introducendo una temperatura emotiva.
Tra le mie opere, sono molto legato a quelle che mostrano una tensione tra brutalità e cura. Mi interessa il contrasto tra la precisione del vetro e una superficie più disturbata, tra la purezza della forma e l’irregolarità di una materia trasformata. In quel contrasto ritrovo una parte profonda della mia estetica: la bellezza nasce spesso da una collisione controllata.
Il profumo ha bisogno di un abito perché l’invisibile desidera una figura, ma quell’abito deve restare fedele alla fragranza suggerendo il mondo che si aprirà dopo, senza esaurirlo. Il migliore involucro è quello che contiene una promessa e la lascia respirare.
10) “Tu es Petrus” è il profumo ideato per Roma, “Ambrosivs” per Milano. È in programma una nuova apertura? Che profumo avrà la prossima città?
Ogni città possiede un odore spirituale prima ancora che urbano. Roma porta la stratificazione della pietra, della liturgia, del potere, della rovina, della fede. È una città che contiene il tempo in forma quasi fisica. “Tu es Petrus” nasce da questa densità: dalla roccia apostolica, dalla memoria della Chiesa, dalla solennità di un luogo che parla al mondo intero.
Milano, con “Ambrosivs”, mi ha condotto verso un’altra energia. La città ambrosiana ha una spiritualità più raccolta, più disciplinata, attraversata da una forza intellettuale e laboriosa. Sant’Ambrogio rappresenta un padre della Chiesa capace di unire dottrina, autorità, canto, visione civile. Milano è pietra e metallo, rigore e movimento, memoria cristiana e tensione produttiva. Il profumo dedicato a questa città nasce da tale equilibrio.
Quanto a una nuova apertura, guardo sempre ai luoghi con attenzione. Un negozio, per me, deve nascere da una necessità, mai da una semplice espansione commerciale. Ogni spazio deve avere un destino, una ragione poetica, una coerenza con il mio universo. La prossima città dovrà parlare con forza, dovrà avere una ferita, una memoria, una luce propria. Il profumo della prossima città nascerà dal suo spirito profondo. Potrà essere marino, se incontrerà una città aperta all’orizzonte. Potrà essere minerale, se nascerà da una pietra carica di storia. Potrà avere una vibrazione più oscura, se il luogo porterà una memoria drammatica. In ogni caso sarà un ritratto interiore, più che una cartolina. Una città merita un profumo soltanto quando diventa destino.
foto per gentile concessione di Filippo Sorcinelli





