La Cappella Palatina di Palermo: pluralismo come linguaggio del potere

La Cappella Palatina di Palermo: pluralismo come linguaggio del potere

di Stefano Monteleone

La Cappella Palatina di Palermo viene spesso letta come emblema di ecumenismo, una convivenza interreligiosa ante litteram in cui tradizioni latine, bizantine e islamiche si fonderebbero armoniosamente. La Sicilia normanna era effettivamente una società plurale e la cappella ne riflette la composizione, ma la convivenza reale e la sua rappresentazione ideologica spesso non coincidono. Lo spazio sacro appare piuttosto un dispositivo di comunicazione politica: non celebra la pari dignità delle culture, ne afferma la ricomposizione sotto un’unica autorità monarchica. Pluralismo e propaganda non si escludono, il primo è anzi strumento della seconda.

L’impianto è un ibrido tra l’aula latina e lo schema centrato e cupolato bizantino. La navata tripartita, con archi acuti su colonne di spoglio, è orientata a est; il presbiterio si dilata nella cupola del Pantocratore; il soffitto ligneo a muqarnas, di gusto fatimide, copre l’assemblea, mentre i mosaici custodiscono il santuario. Le forme islamiche sono assorbite in un quadro cristiano che ha come fine l’esaltazione del potere regio.

La cappella occupa il piano nobile del palazzo, sopra la chiesa inferiore preesistente, ed è uno spazio di dimensioni contenute in cui quasi nessuna superficie è lasciata nuda. Le pareti sono rivestite di lastre marmoree fino a una certa quota e, sopra, di mosaici a fondo oro; il pavimento in opus sectile alterna dischi di porfido e serpentino a trame geometriche, con marmi in gran parte di spoglio. Il presbiterio, appena sopraelevato rispetto alla navata, si apre in tre absidi sotto una cupola emisferica impostata su un ottagono. Al centro compare il Pantocratore a mezzo busto, con intorno angeli e arcangeli; nel tamburo stanno otto profeti e nelle nicchie angolari i quattro evangelisti. Sono mosaici di cultura bizantina, tra i più antichi della cappella.

In navata il registro cambia. Sulle pareti alte corrono scene tratte dalla Genesi e nelle navate laterali gli episodi della vita di Pietro e Paolo, mosaici più tardi di quelli del presbiterio e di stile diverso. Sopra l’assemblea si stende il soffitto ligneo, fatto di cellette a muqarnas e di stelle a otto punte, un tempo dorato e dipinto con centinaia di figure: cacce, musicisti, danzatrici, giocatori di scacchi, animali reali e fantastici, con iscrizioni in caratteri cufici. Il repertorio è profano e cortese, e sta a poca distanza dai cicli biblici delle pareti. Completano l’arredo l’ambone e il candelabro pasquale, in marmo scolpito con inserti musivi, di età normanna.

Decisiva è la polarità dell’asse ovest-est. Al tracciato consueto, con l’altare come unico punto di fuga, si affianca il trono, rialzato sulla parete opposta, la cui collocazione e forma originarie restano peraltro discusse. Il precedente più pertinente è la Cappella Palatina di Aquisgrana, dove il trono imperiale, in tribuna a ovest, fronteggia l’altare. Più che di un secondo polo concorrente si può parlare di un dialogo assiale: il sovrano guarda l’altare ed è a sua volta visibile all’assemblea, e i due poteri, temporale e spirituale, risultano strettamente correlati. Il re si pone come interfaccia terrena del divino e la liturgia diviene strumento politico.

L’omelia di Filagato da Cerami, pronunciata quando il programma decorativo era ancora incompleto, mostra come l’edificio esalti tanto il Divino quanto il committente, Ruggero II. Il programma si è infatti formato per fasi, con il presbiterio negli anni Quaranta del XII secolo e la navata e il soffitto in seguito, per cui non conviene attribuire al sovrano un disegno unitario. L’indirizzo impresso dalla committenza regia resta tuttavia riconoscibile. Ruggero non annulla l’identità dei popoli conquistati, ma la orchestra in un’architettura gerarchizzata. La componente latina lega la monarchia alla Chiesa per acquisire legittimità divina in una fase di forte tensione: incoronato nel 1130 sotto l’obbedienza dell’antipapa Anacleto II, Ruggero fu riconosciuto da Innocenzo II solo nel 1139, a Mignano, e la cappella viene consacrata l’anno successivo. La componente bizantina offre il linguaggio della regalità sacra, forte di una tradizione orientale che attribuiva al sovrano una natura semidivina. L’apporto islamico, più che il controllo sulle maestranze, mostra l’appropriazione del lessico cerimoniale e cortese fatimide: le scene di vita di corte del soffitto vanno lette in questa chiave, come hanno argomentato, con sfumature diverse, gli studi di Tronzo[1] e di Johns[2].

Va infine chiarito a chi si rivolgesse questo messaggio. Una cappella di palazzo ha un uditorio ristretto, composto da corte, funzionari e ambasciatori, ed è a questo pubblico che la propaganda era destinata. La Cappella Palatina può apparire, a prima vista, il frutto di un armonioso dialogo tra fedi, ma a una lettura più attenta si coglie una scenografia calcolata, in cui il sovrano, senza esaurirsi in alcuna cultura, le riassume e le ordina tutte sotto di sé.

Messo in sequenza, l’edificio mostra una distribuzione delle culture tutt’altro che casuale. Il presbiterio, dove si celebra, adotta il linguaggio bizantino della regalità sacra; l’impianto basilicale e l’intitolazione a san Pietro restano latini; il gusto fatimide si concentra nel soffitto, sopra la navata in cui si raccoglie la corte e da cui il sovrano si mostra dal trono. Ognuna delle tre componenti occupa il posto che le spetta in una gerarchia di funzioni, e l’arte islamica, pur coprendo l’intero spazio dell’assemblea, resta fuori dallo spazio celebrativo.

Questa lettura va comunque tenuta entro i limiti delle fonti. Il cantiere mise insieme maestranze di formazione diversa, e ciò che avveniva sui ponteggi non coincide con il messaggio che il committente ne ricavò. Restano poi aperte questioni non secondarie, dalla posizione originaria del trono al rapporto tra le fasi decorative, che sconsigliano di cercare un programma unico e rigido. Pesa inoltre la distanza tra l’immagine che la cappella offre e la società siciliana del tempo, dove le comunità convivevano senza parità di condizione: è questo a rendere prudente la formula dell’ecumenismo. Quando nel 2015 la cappella è stata inserita nella lista UNESCO con gli altri monumenti arabo-normanni di Palermo, Cefalù e Monreale, il richiamo allo scambio interculturale era comprensibile e in parte fondato. Ma è una lettura nostra: per Ruggero II la pluralità serviva a rendere visibile un’unica sovranità.

[1] Tronzo W., The Cultures of His Kingdom: Roger II and the Cappella Palatina in Palermo, Princeton 1997.

[2] Johns J., Arabic Administration in Norman Sicily: The Royal Dīwān, Cambridge 2002.

 

Foto di Gabriele Angrilli

 

 

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