Mìmesi è termine di eccezionale potenza che da sempre, nella cultura occidentale, apparenta strettamente filosofia e arte. Porta in sé la tensione polare dell’esercizio artistico tra partecipata positività di legami di forme ideali e realtà concrete e lucido avvicinamento all’apparenza di quest’ultima, nell’impotenza a penetrarne l’interiorità.
Inevitabilmente chi vi imbatte vive l’esperienza di una tensione che non può essere eliminata, optando per uno dei suoi due poli, senza scadere nel fallimento sia dell’opera da parte dell’artista, sia della percezione sensibile da parte di chi guarda e contempla. Tale polarità non è scindibile, inoltre, dall’affermazione di una tradizione che sa modulare continuità e cambiamento in un processo armonico di accrescimento di coscienza, se si è consapevoli che non si inventa nulla in realtà ma si ridà vita, si può ridare vita al legame tra ideale e realtà nel dialogo tra l’antico che si eredita e il nuovo che si inventa, se si crede e si ama ciò in cui tale esperienza impegna.
Nell’istallazione Mimesi- Dialogo contemporaneo sulla croce, l’artista Giuliano Ravazzini ha portato a Reggio Emilia, nella cripta della Cattedrale e nel Museo Diocesano, la propria esperienza estetica di mìmesi, la propria percezione di una Bellezza, che vuol essere anche Bene e Verità, in tre croci modellate con materiali preziosi e poveri nello stesso tempo. Ha raccontato una silenziosa e tutta interiore ‘esaltazione’ della croce, quasi un suo ritrovamento, che rinnova lo stupefatto silenzio dipinto da Piero della Francesca nella basilica di Arezzo, tra 1458 e 1566, e quello ancor più antico del misterioso ritrovamento della vera croce da parte di Elena, moglie dell’imperatore Costantino, nel 326. Ha suggerito, a chi presta attenzione alla delicata vibrazione di forme e colori scelti dall’artista, il valore delle celebrazioni liturgiche e devozionali che, nel corso del tempo, hanno nutrito le comunità dei credenti.
Lo spazio della cripta della cattedrale di Reggio è divenuto così cuore pulsante di un senso vivo del sacro cristiano, il sacro di regime messianico avrebbe detto il cardinale Julien Ries, celebre studioso di antropologia religiosa. Qui esso è proposto come sacro attuale e insieme perenne. Il tema della croce, unico vanto dell’apostolo San Paolo, la sua vertiginosa doppia funzione, nel sacrificio di Gesù Cristo, di strumento di supplizio e strumento di salvezza, è da più di vent’anni oggetto di indagine di Ravazzini tramite installazioni e opere grafiche.
Per l’occasione di quest’ultima istallazione, inaugurata il 21 marzo e aperta fino al 3 aprile di quest’anno, l’artista ne seleziona tre, che denomina Croce di Greccio, Mimesi, Ex Nihilo, realizzate da 2005 e 2026. Le forme, che evocano quelle medievali e greche, sono semplici, essenziali. I colori scelti simbolici. La qualità materica è volutamente ‘anticata’, per concorrere in massimo grado a sfidare il tempo che scorre. Ogni scultura ha propria storia di realizzazione. Chi le guarda resta sospeso, nella luce che le investe, tra sottili e dense vibrazioni di letizia e balbettii di ringraziamento.
O Crux, ave, Spes unica!/in hac triumphi gloria: diventa canto di gioia la speranza di salvezza portata da Cristo, in una delle molte versioni di uno degli inni più celebri della tradizione cattolica, Vexilla Regis, legato a reliquie della santa croce. Oggi quel vessillo deve essere inciso nei cuori, sembra dirci l’artista. Solo se scolpito nella più profonda intimità personale, solo se trattenuto in sé come centro di un’autocoscienza che non si lascia dominare dalla violenza insensata che investe il mondo, solo così si può procedere con fiducia nella vita, si può camminare verso il futuro certi di un Bene che non abbandona gli uomini, sempre pronto al loro riscatto.
Grazie, Giuliano Ravazzini, per queste opere silenziose ma non mute
Maria Antonietta Crippa
Scheda visitatore
Schede opere esposte






