Qual è “l’orizzonte di senso” cui possa ancora riferirsi un’architettura “eteronoma” per vocazione ed umanistica per destino? In che modo l’architetto può considerare il proprio mestiere come attività eminentemente intellettuale in senso gramsciano, ovvero capace di coniugare le specificità e le leggi che regolano la disciplina con le necessità, le urgenze, i bisogni sociali e le aspirazioni della più vasta comunità umana? Il progetto è ancora possibile, una risposta esiste, ma il viaggio è arduo e deve spingersi oltre gli approdi che sembrano immediatamente disponibili e che Roberto Secchi sintetizza nelle tre ideologie dominanti: quella ambientalista, dell’innovazione e del consenso. Già Roland Barthes in Mythologies, come sottolinea l’autore, aveva demistificato “i miti della vita quotidiana del suo Paese e «l’abuso ideologico che vi si trova celato»”.
Così, mentre i drammi dell’ecosistema, come il cambiamento climatico, faticano ad imporsi nelle politiche concrete dei governi, nasce un’estetica ambientalista, di cui la cultura neoliberista si è appropriata e “della quale gli investitori si fanno scudo”. Si propongono soluzioni “spettacolari” ma “epidermiche”, incapaci di rispondere alle vere urgenze ecologiche e alle sue ricadute sociali.
Il “Nuovismo”, come l’autore definisce l’ideologia dell’innovazione, è l’altro mito del nostro tempo che viene oggi equivocato con l’idea di progresso ed il bisogno di migliorarsi che l’umanità esprime nel corso della sua storia. L’ideologia dell’innovazione promuove, in realtà, un esasperato tecnicismo, altamente distruttivo sul piano sociale, che rifiuta ogni forma di conciliazione con le pratiche della tradizione, anche quando queste si dimostrano ancora vive e risolutive. Un esempio è l’azienda agricola Gut Garkau (1922-28) di Hugo Häring, “una lezione di sostenibilità, di perfetto inserimento nel paesaggio, di flessibilità” che coniuga le “tradizioni locali” con un linguaggio “assolutamente moderno, antimonumentale, essenziale”.
C’è però una monumentalità necessaria, “un’architettura che vuole narrarci la nostra storia”, come “la chiesa di Giovanni Michelucci costruita in memoria della tragedia del Vajont” o il “monumento alle Fosse Ardeatine” di Aprile, Calcaprina, Cardelli, Fiorentino, Perugini. E ci sono monumenti che, all’opposto, servono la propaganda di regime come la “Tribuna Zeppelin a Norimberga di Albert Speer”, o le costruzioni sovietiche del realismo socialista. Questo genere di monumentalità si accosta oggi alla pervasività della ipercomunicazione che genera la terza ideologia, quella del consenso: “si afferma pressoché incontrastata e rischia di mettere in crisi le democrazie”; i cittadini ne sono protagonisti e vittime per la “diffusione di slogan e credenze dalle quali è praticamente impossibile mettersi al riparo”.
Roberto Secchi ci ha guidati attraverso le oscurità dipinte di luce del nostro tempo, incontrando, lungo il procedere, gli autori che sono stati i suoi riferimenti (ricordiamo tra gli altri, per gli architetti, Michelucci, Kahn e Häring, per i filosofi, Simmel e Barthes) e giunti, così, alla conclusione di quest’intenso cammino si delinea all’orizzonte un possibile approdo: “l’opera di architettura può manifestare il suo dissenso dalla spettacolarità, dalla volontà di seduzione fondata sulla sontuosità e il preziosismo dei suoi componenti, sulla esibizione della ricchezza e del potere scegliendo la strada della frugalità. Questa va intesa come il prodotto di un’elaborazione che punti alla semplicità, al rigore del necessario e allo scarto del superfluo, che si sviluppi nel segno della povertà, una ricerca di innocenza che intende trovare la bellezza in quanto ci circonda”.
Claudio De Meo






