Church for the Future Post-Olympics.
Quando la città diventa rito: l’Arco della Pace e la scena religiosa del futuro
Il progetto didattico Church for the Future si confronta con un monumento: bisogna decidere se costruire accanto a esso o con esso. Nel lavoro degli studenti su piazza Sempione a Milano si è scelta senza esitazioni la seconda strada, attraverso un metodo dell’ascolto, non di puro disegno, che svolge e imprime la memoria dell’incontro interreligioso pubblico di apertura delle scorse Olimpiadi invernali e ricorda l’opera di Vittoriano Viganò a trent’anni dalla morte.
Prima di tracciare qualsiasi linea, il processo progettuale è partito dalla mappatura del luogo, trattato come un campo magnetico: vettori di luce convergenti verso l’Arco della Pace, protocolli di prossimità che registrano dove i flussi delle persone rallentano e si addensano, punti di tensione sorti dal semplice fatto che l’Arco esercita una gravità silenziosa intorno a sé. La città è già attraversata da forze: di sguardo, di movimento, di memoria collettiva, e il nostro compito non sta nell’inventarle, ma nel renderle leggibili.
Da questa fase è nato un “segno costruttivo”: una campo isotropo reattivo che si comprime o si allenta dove la sorgente di forze della piazza lo richiede. Questo frame di tracce, membrane, luce disegna soglie invece di muri. Non un edificio, ma un’occasione di intreccio accogliente validata dal rito che sta per accadere. Meno pianta, più pattern. La nuova atmosfera urbana è una metamorfosi dinamica, abitata da un passante, da un coro che si raccoglie, una veglia interreligiosa, un gesto liturgico condiviso da comunità diverse sotto lo stesso cielo. Le persone sono nodi di un tracciato aperto, presenze che si muovono verso un centro invisibile. Stabiliscono la grammatica spirituale del progetto prima ancora che esso appaia.
Soglie
(Giorgia Rita Frazzetta, Sona Malikzade, Robert Vicol)
La narrazione si muove come un’iniziazione in tre tempi. Prima la nebbia, che si condensa in porte ambrate e corone intrecciate di luce, fino a placarsi in uno specchio d’acqua immobile. Poi l’attesa che si scioglie in raduno: mani che si uniscono sotto tela e vetro, una selva di aste dorate che si apre come un bosco cresciuto in una notte, un fascio di luce verso cui la folla, spontaneamente, alza lo sguardo. Infine il giorno, che rivela il vecchio varco attraverso il nuovo: l’apertura si delinea nella cerimonia, l’ornamento si raffina in un corridoio di cristalli, finché rimane anche una sola figura, sotto mille frammenti di luce e memoria. La spiritualità è mediata dall’attraversamento di una membrana materica; il rito coincide con il passaggio attraverso la soglia. Qui non è il luogo, ma il transito stesso, collettivo e poi intimo, a costruire l’incontro passo dopo passo. L’Arco della Pace permane sempre visibile come sfondo, termine prospettico e referente simbolico della composizione.
Campo luminoso
(Bo Ying Cheng, Zeina Elnabarawy, Akbota Oralkhanova)
Lo spazio è pretesto per un’esperienza immersiva e sensoriale: il rito è inscritto nell’ambiente luminoso, non in una forma. L’Arco è diss trasfigurato nel bagliore, sorgente di trascendenza più che fisicità storica. Il processo propone un’architettura costruita attorno all’assenza, che custodisce radiosità anziché massa. Una nuova gerarchia dissolve l’ordinamento tradizionale della piazza in un ventaglio di percorsi, ciascuno portatore della propria parte di luce. La presenza dell’Arco della Pace si frange in un riflesso: pace nell’Arco. Gli avvicinamenti diurni rivelano trasparenza e logica del percorso: corridoi che frammentano la città in campi di colore. Al calare del crepuscolo la radiosità si intensifica: fasci luminosi esaltano il monumento come soglia, il nuovo segno ad anello aperto diviene una lanterna attorno alla quale si raccoglie la presenza collettiva. I rituali processionali creano una gestualità quieta in un unico campo luminoso condiviso, aperto in egual modo a ogni tradizione vi voglia entrare.
Terreno isotropo
(Emy Bonan, Desireé Costanza, Iryna Moroz)
Da radici disparate (una forma dorata e radiante, un cuore geometrico sospeso, una soglia modulare di legno) nasce un luogo multidirezionale che si offre come nuovo punto d’incontro tra memoria e futuro condivisi. Niente confini: arcate bianche sinuose respirano insieme alla città, permeabili, accoglienti, capaci di accompagnare chiunque passi senza mai imporre una direzione precisa. Lo spazio spirituale non possiede né un fronte né una gerarchia direzionale: si abita irradiandosi in ogni direzione con uguale intensità. La geometria stessa è il rito: il percorso radiale guida il corpo verso il fuoco baricentrico che bilancia l’asse visivo dell’Arco. Con l’arrivo del buio lo spazio si accende di un bagliore progressivo che attrae verso il nucleo: è proprio nell’oscurità che il cuore ecumenico del progetto si rivela pienamente come spazio di incontri interreligiosi illuminati da un senso condiviso di appartenenza, in una struttura che nasce da materiali di scarto trasformati in meraviglia e che accompagna, infine, le persone lungo un percorso d’illuminazione, composto per essere attraversato insieme, in silenzio.
Axis mundi
(Edoardo De Bettin, Umberto Degiuli, Wang Xinglong)
Il racconto parte da un posto che, prima di tutto, va interpretato: l’Arco non è uno sfondo bensì una soglia già scritta nella pietra, in attesa di essere attivata. Si genera poi il gesto fondativo: un telo bianco steso a mano sul selciato, un atto liturgico prima ancora che costruttivo, e su di esso si innalza una verticale a specchio che si allinea esattamente con il fornice dell’Arco. Una nuova soglia si sovrappone: non celebra nulla se non il luogo dell’incontro, restituendo solo il cielo e i volti di chi la osserva. Il tempo stesso diventa materiale narrativo (l’oro liquido del tramonto, il faro solitario della notte) fino al momento in cui la piazza si riempie e centinaia di persone completano, quasi senza accorgersene, il disegno tracciato sotto i loro piedi: il luogo, per la prima volta, ha un collegamento tra terra e volta celeste. La scala è quella della grande riunione pubblica e la visione aerea restituisce la geometria della folla come figura planimetrica dotata di senso: la chiesa è la città stessa in stato di assemblea.
Piazza
(Andrea Palomba, Martina Sopranzi)
Tutto nasce da due invarianti: la luce come guida verticale, la scena come atto dell’essere insieme. Da qui prende forma una membrana che accoglie senza confinare, tesa con rispetto sopra la gradinata disegnata da Vittoriano Viganò, attraverso un ancoraggio pensato come una mano posata delicatamente su una spalla. Di giorno la struttura si confonde alla vita normale della piazza: runner, famiglie, passanti che l’attraversano senza accorgersene, mentre la copertura filtra la luce del sole senza mai competere con l’Arco che la inquadra. Di sera il progetto rivela il suo ruolo: un’aura di luce sale dalla pietra, la folla converge in processione, e sotto la membrana la comunità si raccoglie in una celebrazione che non appartiene a un’unica fede, ma al desiderio di trascendenza che le attraversa tutte. Le persone siedono, camminano lentamente, portano candele in uno spazio organico e caldo: è la dimensione della veglia, del raccoglimento, della cura reciproca. La sacralità emerge dalla qualità del gesto individuale all’interno della presenza comune di chi condivide il silenzio.
Workshop intensivo di progettazione architettonica Church for the Future
7a edizione: Post-Olympics. Un luogo di celebrazione ecumenica e dialogo interreligioso all’Arco della Pace
22 giugno – 2 luglio 2026
Politecnico di Milano_Scuola di Architettura Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni
Ideazione e didattica: Tino Grisi
Co-proponente: Andrea Gritti
Responsabile accademico: Marco Bovati
Tutor: Andrea Marcuccetti
Ospiti: George Guida, Luigi Leoni, Mario Nanni, Gianluca Gaiardi, Francesca Leto, Umberto Bordoni
In collaborazione con: Conferenza Episcopale Lombarda, Fondazione Frate Sole, fondazionemarionanni
Con il supporto di xFigura.ai
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